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Sport e Psicologia

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Umano: questo essere incomprensibile

Tutti sappiamo,pensando alla nostra specie, che l’uomo è un mammifero a stazione eretta, dotato di uno straordinario sviluppo del cervello, che gode di facoltà psichiche e intelligenza, dotato dell’uso del linguaggio simbolico articolato, capace di dar luogo, trasmettere e modificare una cultura.
Ma tutto ciò che la persona “ è “ va tassativamente distinto da ciò che essa “fa”, ovvero dalle azioni che compie. Tuttavia detta distinzione risulta abbastanza inusuale  visto che tendiamo a descrivere le persone sulla base delle cose che fanno cioè in base ai loro comportamenti. Per tali motivi ci sentiamo da sempre autorizzati a confinare i cattivi, definendoli mostri, bestie e disumani, fuori dai confini umani qualora commettano, ai nostri occhi, orrendi delitti.
Si tratta certo di una reazione difensiva umanamente comprensibile, ma illogica e irrealistica in quanto qualunque cosa l’uomo faccia o commetta, è, e rimane un essere umano, uguale identico a tutti gli altri differente solo per il suo modo di pensare e di agire che ovviamente potrà essere condannato, considerato sbagliato, scorretto,  pazzesco o vergognoso. Ciò nonostante l’essere umano rimane un essere umano e quello che fa sono solo le sue azioni, poiché l’”essere” e il “fare” non sono dimensioni sovrapponibili.
Ci può risultare difficile ammetterlo, ma condividiamo la stessa umanità con i geni del bene e quelli del male; siamo fatti della stessa pasta e tutto quello che può fare un individuo, teoricamente, lo possono fare anche tutti gli altri; la differenza non è da ricercare nell’essere, ma semplicemente nel fare la dove questi corrisponde ad una scelta personale, ad un atto di volontà, un intento e ad obiettivi impliciti o espliciti elaborati autonomamente.
Quanto detto porta ad un’unica conclusione e cioè che  la differenza fra gli esseri umani è da ricercare nella dimensione del “fare” la quale a sua volta dipende direttamente dall’ educazione, ricevuta oppure no, e dalla linfa vitale disponibile e presente nel suo ambiente nella fase di formazione, ovvero il dono dell’amore gratuito.
Le creature umane amate in maniera gratuita crescono forti, sane e coraggiose, ma soprattutto capaci di perpetuare il dono dell’amore il quale, nonostante tutte le menti in sofferenza, è ancora in grado, da solo,di onorare il dono  della vita e salvare il bel mondo degli esseri umani.
Dr.ssa Elisabetta Vellone




Siamo un paese che parla, parla, parla, ma …


Ormai a mò di raffica apprendiamo eventi di violenza e devianza ad opera di ragazzini spesso al di sotto dei 14 anni di età, descritti con vari epitaffi: "branchi di minorenni"; "mini gang"; "branchi di ragazzini violenti e delinquenti"; "bullismo e violenze sessuali ad opera di minori"; "branchi di ragazzini i quali agiscono in stato mentale alterato a causa di uso di alcool e di droghe"; fenomeni di bullismo a partire dalla scuola primaria.
E’ indubbiamente molto difficile riflettere su questo fenomeno sociale in espansione, in quanto c’è abbastanza da vergognarsi in massa, per questo abbandono educativo dei giovani e dei piccoli a se stessi, ma ancor più triste è il rendersi conto della sciaguratezza, l’incapacità e l’incoscienza di tutte le autorità preposte all’educazione e la formazione dei giovani. Pensiamo ai genitori, agli educatori, ai formatori, a tutti gli enti pubblici e privati che si occupano dell’infanzia e l’adolescenza senza escludere ovviamente le autorità che legiferano in detto vasto campo. Come dice un vecchio proverbio "l’albero va drizzato quando è piccolo". L’educazione e la formazione sono processi che iniziano da quando si viene al mondo e l’idea di se stessi e del mondo circostante si forma e si insedia nella mente nei primissimi anni di vita.
Il bimbo ha bisogno di pochi elementi per crescere sano, forte e fiducioso, elementi riducibili al concetto di Amore Vero verso la Persona del neonato, del fanciullo del bambino e di un ambiente stabile e amorevole. Amore che non può prescindere dalla trasmissione dei valori portanti della vita, ne dalla coerenza fra il dire e il fare dei modelli di riferimento, che non può fare a meno dell’insegnamento delle regole e dal sacro buon esempio degli adulti.
Guardandoci intorno ciò che evince dal punto di vista da cui ci poniamo dal "brodo di cultura sociale"è a dir poco tragico per un cucciolo umano e quindi in proiezione futuristica per l’intera società. Famiglie smembrate e riassemblate prive di anima, case dormitorio prive di riti quotidiani di calore e regole, ragazzini sradicati o costretti ad assistere a continui scontri verbali se non addirittura fisici fra i membri della coppia i quali sempre più spesso tendono a chiudersi, isolarsi rabbiosamente nel loro rancore confuso perdendo stima e contatto con gli adulti. Bimbi, ragazzini che si sentono soli dentro, privi di valore i quali non a caso spesso si consolano tuffandosi nella "rete", altro luogo nefasto incontrollato e insidioso permesso e fornito dagli adulti.  E poi la massiccia presenza dei supplenti genitoriali: le baby sitters, il nido, l’asilo, la scuola, la parrocchia, i luoghi dello sport supplenti questi non sempre affidabili e non raramente popolati di orchi e di streghe della peggiore specie.
Intorno agli 8 anni di età il piccolo dispone di un "IO" iniziando ad interagire col mondo esterno in prima persona tramite l’attrezzatura affettiva ed emotiva di cui dispone e proprio in questa fase i semi posti negli anni precedenti iniziano dare i propri frutti. Quell’io digiuno dei molti bisogni primari quali accennati sopra si affaccia al mondo assetato di amore, di accettazione, di consenso, alla ricerca di riferimenti guida per orientarsi e iniziare a sognare trovando invece una società fittizia, sgangherata, minacciosa, scorretta e incoerente, malata di egoismo, individualismo con l’ossessione dell’apparire e del potere.
E’ quindi molto probabile che quel giovane si perda in tale vortice mendace e infettato iniziando a mettere atto, sempre più precocemente, la tendenza ad aggregarsi ai propri simili pur di sentirsi considerato, pur di placare  l’intenso bisogno di appartenenza, iniziando quindi ad emulare gli adulti, quelli peggiori, quelli che sono più in debito con la sua persona e pertanto come da legge di natura saprà fare molto peggio di questi.
Il povero adulto ignaro della sua grande responsabilità si sente vittima e si interroga sul perché i giovani siano così cambiati, cosi ingestibili  dimenticando che siamo cambiati noi adulti avendo smesso di amare per iniziare a bramare dimenticandoci di loro e dei loro bisogni primari da troppo tempo!.
Dott.ssa Elisabetta Vellone


L’arma impropria estremamente pericolosa per i nostri giovani
In queste ultime settimane i nostri ragazzi ,e non solo essi, sono stati “bersagliati” per diversi giorni dalla “esaltazione mediatica” di una notizia eticamente di minima importanza divenuta purtroppo l’obiettivo dei mass media: la morte di Salvatore Riina, un uomo che per la sua crudeltà è stato sottoposto ad una detenzione ultraventennale qualificata giuridicamente 41 bis op, creata proprio per l’allontanamento più completo e più drastico possibile del soggetto dalla collettività. L’errata cronicizzazione di tale decesso non può essere trascurata e sottovalutata.
Sappiamo bene come questa nostra epoca povera di Maestri, di riferimenti e di valori portanti stia allevando generazioni di ragazzi fragili, incapaci, arroganti, confusi e disorientati a causa del comportamento di una altrettanto confusa e inefficiente classe adulta. L’assennatezza, il senso di responsabilità, la progettualità, la dignità personale, la sacralità delle regole risultano  fuori moda lasciando il campo ad una “presunta” libertà selvaggia, dove in particolare i giovani e giovanissimi si sentono autorizzati ad ogni tipo di trasgressione e di esagerazione anche violenta, pur di essere notati e di attirare l’attenzione, illudendosi così di essere importanti e diventare personaggi di successo temuti e rispettati.
L’affanno per diventare famosi a qualunque costo, questo è il “punctum dolens”. Noi operatori della psiche sappiamo quanto la creatura umana per raggiungere il sano equilibrio psico/affettivo, abbia bisogno nelle varie fasi di sviluppo di essere nutrito di adeguati consensi, di salutari riconoscimenti da parte delle figure significative, di sane regole, di sentirsi importante per le persone che ama apprendendo così la capacità di amare. Ma i nostri ragazzi sempre più raramente vengono educati e rispettati; essi non sono più il cuore della famiglia anche perché la famiglia con “il cuore” è quasi scomparsa sostituita da aggregazioni transitorie e instabili con soggetti insoddisfatti e vagabondi non in grado di guardare lontano e formare generazioni sane e propositive.
Nell’età adolescenziale il giovane fragile, ma con potenziali esplosivi, esce dalla tana e affamato di considerazione e visibilità, come detto sopra, si guarda intorno dove viene facilmente abbagliato dal successo, dal potere, dalla potenziale garanzia di fama e considerazione nel  possedere denaro e ricchezza facile, anche a causa dei tanti esempi/scempi ad opera dalla classe adulta, facilmente si attiva dando inizio alla propria decadenza. Da questa ottica si spiega facilmente tutta la devianza giovanile: la decadenza della cultura, il bullismo, lo spaccio ad opera di minori, i furti e le aggressioni, la prostituzione minorile, gli abusi sessuali di gruppo, lo sballo precoce, realtà questa, in cui non ci possiamo permettere l’intrusione mediatica della implicita esaltazione nella considerazione oltre ogni misura della morte di un uomo che ha fatto della aggressione agli uomini dello stato la ragione del proprio fatuo potere di chi pensa di poter cambiare lo stato stesso.
Totò Riina un disadattato malvagio con quasi 30 ergastoli a suo carico proposto ed imposto in modalità assillante come fosse la fine di un Divo o di un Grande  Modello umano, la sua fama è così giunta, anche alle orecchie dei più piccoli, insomma un vero successo la sua storia e la sua morte. Domandiamoci: quanti giovani vengono tacitamente istigati a seguirne le orme? Ma gli adulti con responsabilità sociali dove lasciano il cervello la mattina quando si svegliano?
Dott.ssa Elisabetta Vellone



Un tormentone attualissimo: Ma cosa si può fare?
Un po’ per la professione che svolgiamo e un po’ a causa della condizione di persona adulta normalmente integrata nel sistema sociale ci viene spesso chiesto, ma cosa si dovrebbe fare per recuperare un po’ di pace, di tranquillità, di umanità e di civiltà in questo mondo alla deriva?
Sarebbe davvero bello pensare di poter rispondere a tale gravoso interrogativo come si fa con una ricetta per i biscotti, però siamo esseri pensanti e nessuno impedisce di provarci. Provare a cercare con onestà ed umiltà da dove nasce tanto caos psico-emotivo e quindi sociale, tanto disagio e tanta malvagità. Molti sostengono  che bisogna ripartire dai bambini educandoli in un altro modo, vero, verissimo! Ma ripartire dai bambini equivale a ripartire dagli adulti ai quali i bambini indiscutibilmente si rifanno. Sono gli adulti ad aver bisogno di essere resettati, rieducati e ri- civilizzati.
E’ noto come resettare in italiano sta per azzerare, quindi azzerare i nuclei cognitivi e le operazioni mentali non funzionali al bene comune e a quello individuale; che rieducare sta per stimolare le risorse intrinseche alla persona eliminando i difetti di un pregresso indottrinamento fallimentare ed infine che ri- civilizzare sta per riattivare nella coscienza gli aspetti materiali, sociali e spirituali che descrivono, identificano ed onorano un popolo nel suo tempo e nel suo spazio.
Detto ciò dovremmo scrivere FINE, poiché la fonte autorevole deputata a detta maxi operazione di bonifica dell’uomo e dell’intero sistema sociale probabilmente è la stessa che ha permesso e promosso il processo di degrado a causa di un perverso interesse epidemico. Però, poiché ogni problema ha la sua soluzione, anche in questa bolgia infernale si può pretendere una soluzione. Immaginiamo tutta una serie di leggi dello Stato ispirate ai valori veri della vita che vanno tessere a sua volta una grande rete di interventi di rieducazione, con carattere di obbligatorietà, generanti a loro volta tutta una serie di modalità comportamentali e relazionali che pongono al centro dell’attenzione il valore della persona e il valore della vita. Diamo a Cesare quel che è di Cerare! In altre parole restituiamo all’uomo ciò che gli è proprio e di cui oggi ha veramente bisogno : pane, amore e fantasia tutto il resto è solo illusione e paranoia.
Dott.ssa Elisabetta Vellone

Giovani: tutte le spie segnano rosso

Quanto andremo a considerare  rischia di essere etichettato come una pagina di storia sbiadita e  nostalgica. E invece no, è una pagina severa e attuale che intende documentare ed evidenziare una subdola eutanasia culturale e valoriale lentamente praticata da ignobili individui mentalmente incapaci ed egoisti che popolano e governano l’attuale società decadente, irresponsabile e incosciente. Le leggi della vita sono sempre le stesse nei secoli.
Non vogliamo annoiarvi trattando dei vari "tumori maligni dell’animo umano" che affliggono il nostro quotidiano quali : tragedie famigliari; tragedie sociali; degrado; malcostume; abusi vari; omissioni e reati a raffica come fossimo in trincea no, vogliamo invece parlare del problema dei giovani, dei ragazzi e dei bambini, nonché di tutti quegli adulti alle loro spalle e il loro mal fare confuso, irresponsabile e arrogante i quali, titolari di cattedra nei presidi dell’educazione, "beggiano il cartellino" da genitore o educatore se ne vanno a fare altro. Sottolineiamo che tale ridotto popolo giovanile costituirà la popolazione adulta e la società  di domani, ma anche i risultati del nostro "fare ed agire".
Approssimando possiamo distinguere i giovani in due categorie dove nella prima troviamo quelli più solidi,  gli impegnati, i determinati, quelli capaci di volere e capaci sacrificio che ormai adulti e con progetti chiari nella mente ripiegano nell’espatrio o nell’anarchia mentale per non rischiare di essere risucchiati e ingoiati dal sistema distruttivo e depresso del proprio paese; i secondi sono i soli, gli scarsi, i digiuni di "buono", gli incerti, i rassegnati e quelli che subiscono rabbiosi e scontenti e pertanto facilmente reclutabili nelle frange malsane del sistema stesso.
Poi ci sono i ragazzi, o adolescenti, con storie dense di multi traumi giovanili ovviamente ignorate, i figli di quei genitori incantati dai falsi valori e dai falsi simboli del valore personale o i figli degli arrivisti (totalmente ignari circa la meta verso la quale si affannano),e ancora i figli degli affamati di libertà personale che emulano stili di vita adolescenziali, e i figli di quelli che cercano su internet come risolvere i problemi con i figli o con il partner. Non sono poi da trascurare i genitori opprimenti quelli che assillano i figli con imperativi doveristici: (tu devi così, tu devi colà!non devi questo, non devi quell’altro!) i quali come proprietari dispotici anelano luce personale attraverso le pretese prestazioni eccellenti dei propri figli.
Molti di questi ragazzi sono gli eccitati o i depressi, altri i fragili e con personalità dipendente, altri ancora sono i trasgressivi e i bugiardi, sono i rabbiosi col muso lungo e la porta della stanza sempre chiusa perennemente incollati alla rete. Poco impegnati, incostanti, sempre stanchi amanti del "far tardi", del far nulla e dello sballo. Per non parlare dei bulli e la delinquenza minorile. Molti di questi, emulando gli adulti, sono alla ricerca di soldi facili correndo il rischio di cadere ingenuamente nella rete scucita della prostituzione o dello spaccio o altro; altri a causa di modelli identificativi di riferimento, sbiaditi o assenti, si ritrovano vittime di una identità di genere confusa o deviata. Non dialogano in famiglia, seguono la cultura del branco e le risposte della rete.
E poi i bambini. I bambini, come fiori nel grande prato della vita, sono belli, fragili e vulnerabili; sono manovrabili, plasmabili, assoggettabili, ma soprattutto ego-centrici caratteristica innata, questa, che li porta a tradurre ogni esperienza in un risultato del proprio SE: sono cattivo, non valgo, è colpa mia, non sono amabile e altre simili. Cognizioni auto svalutative queste che inevitabilmente costituiranno la base psichica inibente (o edificante) di tutta la propria esistenza.
I nostri bimbi, proprio come oggetti, o vengono idolatrati perché danno lustro al proprietario (come capita nelle prestazioni scolastiche, nelle prestazioni sportive o quelle artistiche) oppure slealmente parcheggiati o affidati ai vari operatori dell’infanzia poiché la tendenza in voga è ormai quella di pensare soprattutto a se stessi.
Raramente i nostri bimbi o ragazzini crescono in famiglie amorevoli, solide e serene con genitori convinti e pienamente responsabili nel loro ruolo di "essere genitore ed essere famiglia". Sempre più spesso oggi subiscono il dramma delle separazioni, sono vittime di maltrattamenti ed abusi, alcune volte vengono dimenticati in macchina, o a scuola o altrove o affidati a sciagurati supplenti di dubbie capacità. E, volutamente, ignoriamo quale tipo di esperienze riguarderà quei figli con figure genitoriali ambigue, confondenti e mutilanti quali i piccoli delle cosi dette coppie formate da  due madri oppure due padri.
In nostri piccoli già dall’età della scuola primaria mostrano segni di disagio e anomalie comportamentali: bullismo infantile, erotizzazione precoce, bugie, mancanza di capacità di concentrazione spesso confusa col disturbo dislessico, chiusura emotiva ed ansietà, aggressività verbale e fisica, mancanza di serena ingenuità, emulazione prematura di atteggiamenti adulti.
Le spie continuano a segnare rosso da un pezzo, se non facciamo un pieno di sani intenti e sani sentimenti rischiamo un pericoloso effetto boomerang di massa.
Dott.ssa Elisabetta vellone



Il polmone nero dell'umanità
Questa società sta deragliando sia nelle cosi dette "alte sfere" , sia in quelle definite basse, poiché in termini di miseria interiore non vi è alcuna differenza fra le fasce sociali.
Il dio denaro e suo figlio il potere, osannati già in tenera età, hanno svuotato l'uomo di ogni vera ricchezza e di ogni sua sacra risorsa per poi farcirlo di illusioni ed ignoranza. Così quell'animale chiamato uomo, cammina nella sua vita come un drone manovrato; inutile, minaccioso e assente, in'espressivo, non pensa, non ha coscienza, non ha direzione, non dimostra alcuna umanità, fotografa se stesso continuamente e si ubriaca nella "rete" convinto di esistere in essa. Gli spazi sociali sia quelli in luoghi chiusi entro onorabili mura, affreschi e colonne, sia quelli all'aperto sono divenuti discariche abusive occulte sature delle brutture, degli illeciti, degli abusi di potere e del prodotto della squallida omertà di tutti quelli che vigliaccamente coprono, non si espongono tradendo e ingannando se stessi, la vita e l'intero sistema.
Il male c'è, sta assediando l'uomo il quale quanto più gode di potere sociale tanto più è disfattista e nefasto . Il male trabocca da ogni viscere dell'esistente. La natura è stuprata e abusata, l'atmosfera idem, la vita del singolo è ridotta ad un lancio nel vuoto ogni giorno. Alla faccia di chi dedica tutto se stesso agli studi per allungare la vita, per curare e prevenire malattie il povero "drone" sta manifestando con triste indifferenza il recupero della morte precoce entro il mezzo secolo dalla nascita. Per Infarti, suicidi, eccessi vari, disagi mentali non solo giovanili oltre alla morte violenta ogni giorno chi è il manovratore di tanto sfacelo? Chi è il polmone nero di questa umanità?
Onestamente dobbiamo ammettere che siamo noi stessi. Uccisa la dignità e il sacro senso dell'onore personale abbiamo iniziato a servire il polmone nero esercitando a testa bassa: egoismo, orgoglio, violenza, sopraffazione, indifferenza, prevaricazione, sfruttamento, abusi, soprusi, cinismo.
Abbiamo smesso di amarci e di amare la vita; la vita smetterà di amare noi.
Dott.ssa Elisabetta Vellone

Proviamo a ripartire dall’amore genitoriale

Si è letto in questi giorni sui quotidiani a proposito di "quei genitori che avvelenano le scuole di calcio" e potremmo aggiungere con cognizione di causa quei genitori che avvelenano regolarmente le varie possibili scuole frequentate dai figli.
Ricordiamo che l’amore genitoriale per unicità ed eccellenza dovrebbe essere all’insegna della gratuità in linea con il sacro principio del vero bene dei figli, vero bene che si concretizza nell’essere amorevolmente erudito, accompagnato e guidato, durante la delicata età della formazione, ad esprimersi e manifestarsi secondo le proprie risorse e le proprie potenzialità all’insegna di quel filo rosso coerente qual è il sacro rispetto di se stessi, degli altri e del dono della vita.
In detta complessa fase formativa, del piccolo/giovane, caratterizzata dalla naturale dipendenza dalle figure di riferimento, il genitore, agevolato dalla fiducia privilegiata di cui gode da parte di questi, ha il dovere morale e civile di fornirgli attraverso l’esempio e i sani criteri della comunicazione onesta tutto il bagaglio di risorse psicologiche e mentali  raccolte sotto il titolo di capacità affettive adeguate e funzionali per la persona.


Per capacità affettive adeguate e funzionali si intende praticamente tutto " il fare" dell’individuo.
Detto "fare" sostanziato negli intenti, nei sentimenti, negli atteggiamenti, nelle azioni e nei comportamenti può essere considerato la luce riflessa dell’educazione e degli insegnamenti ricevuti; bagaglio che comprende essenze valoriali quali:
Capacità di distinguere il bene dal male;
Accettazione e rispetto delle regole;
Accettazione incondizionata del prossimo;
Rispetto delle autorità;
Capacità di impegno e senso di responsabilità;
Capacità di distinguere il fare dall’essere;
Coscienza degli indiscutibili diritti e doveri.
L’elenco potrebbe protrarsi, ma qualunque mente sana può farlo autonomamente.
Il genitore che vuole sostituirsi al Mister, all’Insegnante o al Maestro a suon di critiche o insinuazioni malefiche non solo dispiace a questi e gli impedisce di fare serenamente il proprio lavoro, ma soprattutto imbroglia e confonde il proprio figlio deragliandolo in direzione di una lettura del mondo esterno come un luogo arido, sleale,nemico e faticoso che lo induce a nutrire diffidenza, superficialità, ostilità e RABBIA la quale inevitabilmente un giorno esploderà.
Sappiamo tutti di come la rabbia esplode ogni giorno.

Dott.ssa Elisabetta Vellone


Genitore: un ruolo logorato

Nella mega atmosfera di sregolatezza imperante a livello morale, materiale e spirituale tutto, ma proprio tutto, è stato messo in discussione per il gusto di separare, dissacrare e distruggere. A causa di una incomprensibile mania generale di disordine  caoticizzante e  smania di potere, si osserva una totale assenza di capacità progettuale, assenza di propositi di risanamento e di recupero, ma soprattutto incapacità di stile e di amore gratuito. Ovviamente detta caoticità non risparmia neanche i vari luoghi dello sport i quali per definizione dovrebbero essere vissuti come un’oasi di pace, specialmente dai giovani, all’insegna del divertimento e del rilassamento, dell’ opportunità di crescita e formazione personale, di socializzazione, ma anche occasione di cura del corpo e della mente.

Ad esempio nel mondo del tennis ad un osservatore minimamente attento che si pone dietro le quinte, o meglio dietro gli spalti, si presentano sempre più spesso spettacoli pietosi di genitori imbufaliti, poiché il proprio figlio/a non vince o si fa prendere dalla paura nella partita decisiva; che c’è di male ad avere un po’ di paura di fronte ad una prova ritenuta importante?
Vorremmo chiedere a detti genitori, guardandoli dritti negli occhi, qual è il loro problema, qual è il grave danno personale che subiscono per creare quell’atmosfera da leoni inferociti che lede fortemente il giovane atleta se non addirittura lo blocca.
Vorremmo anche chiedergli se ricordano quando giovanissimi anelavano quel sacro consenso e comprensione da parte dei genitori solo in quanto  figli e non perché procacciatori di trofei, di gloria e di fama; i figli non sono schiavi prezzati dal padrone secondo le loro capacità, ma sono semplicemente la vita. Difficilmente un giovane atleta pressato dall’idea di dover vincere, per non deludere o irritare il genitore, riesce a dare il meglio di se in partita; il giovane che si convince di valere solo per i risultati che da in campo non potrà mai sviluppare una solida immagine di se stesso contemporaneamente ad una buona autostima, ma sarà sempre una persona ansiosa ed insicura in preda all’ansia da prestazione, poiché ogni volta che si trova a dar prova delle proprie capacità deve lottare contro il rischio della svalutazione personale.
Educare un giovane (da: educere) vuol dire " tirar fuori", cosa? Le sue doti, le sue capacità, la sua energia affinché questa si canalizzi secondo i talenti personali; molti genitori sono invece propensi a "metter dentro" (devi,devi,devi …) usando i figli come fossero cloni personali attraverso i quali riscattare i propri sospesi nevrotici.
Dott.ssa Elisabetta Vellone


La paura di vincere
Può sembrare paradossale, ma è talmente ricorrente la così detta “sindrome da paura di vincere” che chiunque pratichi ambienti sportivi ne conosce il frequente manifestarsi; proprio sul più bello, quando l’opportunità di affermarsi vincitori si presenta con altissime probabilità, l’atleta si spegne inspiegabilmente concedendo il sorpasso all’avversario.
E’ naturale e inevitabile interrogarsi su come ciò sia possibile e  su come può uno sportivo agonista, che per definizione anela miglioramento, affermazione e vittoria, avere poi la paura di vincere. L’obiettivo che ci proponiamo in questa sede è quello comprendere detto fenomeno evidenziandone le dinamiche nevrotiche che ne sono alla base.

In diverse occasioni abbiamo sottolineato come, molto spesso, ciò che volgarmente definiamo paura in realtà è soltanto una reazione  ansiosa in quanto la prima è una reazione sana ed auspicabile di fronte ad un pericolo reale incombente mentre la seconda, pur avendo le stesse caratteristiche psicofisiologiche della paura, si attiva di fronte ad un pericolo immaginato dal soggetto e quindi è solo fenomeno di ansia disfunzionale e patologica.
Tenendo presente che la nostra mente, per legge di natura, elabora sempre strategie psicologiche finalizzate a proteggerci e preservarci da danni o pericoli vari, ci chiediamo qual è, dall’ottica della nostra psicologia, la presunta funzione positiva della “paura di vincere”. Per comprendere la logica di detto provvedimento nevrotico va tenuto presente che durante la crescita, nell’età della formazione dell’IO, le esperienze che il soggetto fa in relazione al mondo esterno costituiscono materiale altamente significativo per la determinazione del valore personale altrimenti detto autostima.
Dato l’egocentrismo infantile, se le esperienze soggettive sono positive ed appaganti, l’IO stabilisce: io valgo, io sono potente, io posso etc., se viceversa sono frustranti e deludenti, l’IO elabora: io non sono all’altezza, io non valgo etc. dando luogo all’inevitabile conclusione inconscia di buona stima di sé o bassa autostima. E’ opportuno sottolineare che Il processo sopra descritto non è di natura volontaria e cosciente, ma, anzi, totalmente inconscio e pertanto sconosciuto allo stesso interessato.
Sottolineiamo che nell’esperienza umana è implicito come il progredire, l’acquisire nuovi titoli e occupare posizioni di maggiore prestigio (titoli sportivi, laurea, promozione) comporti l’assunzione delle responsabilità scaturenti dal salto di qualità di turno; questo è il motivo per cui, a livello inconscio, quando l’IO è improntato sulla scarsa autostima, scatta il provvedimento nevrotico di evitare accuratamente il rischio di assumersi delle responsabilità che diventano nella fantasia di dimensioni insostenibili.
Il soggetto, che non può comprende le dinamiche ed il perché delle sue assurde incoerenze, generalmente si autoaccusa, diventa ostile con se stesso aumentando la disistima personale e la sfiducia in se stesso. Basterebbe in questi casi farsi aiutare da una persona addetta e competente per eliminare il meccanismo disfunzionale proprio come ci si fa aiutare per migliorare le prestazioni fisiche e i vizi di postura.
Dr.ssa Elisabetta Vellone


Il virus della rabbia nell’uomo

Frequentando i circoli sportivi non di rado si può godere della tenera visione di coppie (nella vita privata) che giocano il doppio facendo coppia anche sul campo da  tennis. Ci piace pensare, nel guardarli, alla preziosa alleanza di fatto estesa anche al tempo libero, allo sport amatoriale e al divertimento in quanto mettono in luce la magia dell’appartenersi a vicenda, del completarsi e donarsi reciprocamente dando luogo a quell’ "uno" che è poi  il principio dell’umanità.


Purtroppo però altrettanto frequentemente ci vediamo costretti a constatare che solo "da lontano fanno una bella vicinanza" mentre purtroppo il più delle volte proprio le coppie sul campo si rivelano rivali spietati fra di loro, si criticano reciprocamente, si accusano, si lanciano sguardi iracondi e si pongono come maestri l’uno dell’altra offrendo uno spettacolo a dir poco pietoso dove l’avversario da battere sembrerebbe il proprio compagno/a.
Tutti sanno che fare coppia sul campo da tennis significa allearsi, empatizzare, collaborare e sostenersi a vicenda, poiché l’andamento della partita e l’esito di questa dipendono dall’integrazione e l’armonia realizzata dalla prestazione condivisa, dove detta condivisione presume una implicita  condizione di pari responsabilità e pari dignità sportiva.
Ma è proprio questo il "nodo marinaro" di queste coppie disfunzionali l’insofferenza e il rifiuto della pari responsabilità e pari dignità. Anche se gli attori di turno non se ne rendono conto inconsciamente ripropongono le loro rigide posizioni relazionali dove il dominante accanitamente difende e impone il proprio dominio e il dominato coglie l’occasione per sfogarsi vendicarsi ed allentare un pò la repressione che subisce.
Stiamo parlando dell’ira o della la rabbia repressa che oggi gode di flotte di seguaci in ogni ambito sociale. Le persone sempre più rabbiose e aggressive sembrano  perennemente a caccia di una vittima sulla quale sparare la propria rabbia, la propria energia distruttiva. E’ opportuno sapere che detto miserabile sentimento non piove dal cielo, ma è prodotto dalla stessa mente che lo contiene in seguito all’accumulo di torti ricevuti, di violenze subite e grave frustrazione dei bisogni primari.
D'altronde era prevedibile il fenomeno in questione data una società che va negando ad oltranza ogni istituto deputato all’accudimento, alla cura e alla protezione della persona; era prevedibile lo scollamento e l’isolamento degli individui e conseguente recupero ed  utilizzo degli istinti primordiali di sopravvivenza.
Non c’è più il genitore, il nobile senso di appartenenza reciproca, non c’è più la famiglia alleata con la scuola. Non c’è governo responsabile e cosciente. Nessuna attività sociale considera la persona come al "centro" di tutto. La rabbia aumenta e come un virus miete vittime sempre più numerose. E’ pur vero che con una terapia psichica se ne potrebbe uscire, ma il rabbioso, l’iracondo sono soggetti che non andranno mai in terapia in quanto convinti che si infuriano solo perché "l’altro si comporta male".
Allora non ci resta che sperare in un secondo Louis Pasteur il quale nel 18° secolo realizzò il vaccino per la rabbia del cane; oggi avremmo bisogno di un vaccino per la rabbia dell’uomo, poiché questi è troppo arrogante e rabbioso per dare spazio alla coerenza e comprendere il valore e la semplicità delle leggi di vita.
Dott.ssa Elisabetta Vellone


Adozione e bambini

Nel più assoluto rispetto per ogni persona, degna di detto titolo perché capace di umanità, come adulto responsabile e professionista addetto ai lavori ritengo doveroso condividere con il prossimo interessato alcune considerazioni a proposito di adozioni e bambini.
Avendolo ampliamente trattato in altre pagine detto fenomeno, sarebbe retorico qui richiamare in causa le leggi della formazione dell’IO e quelle della formazione dell’Identità Sessuale  fenomeni di primo piano, unitamente
ad un clima affettivo adeguato, nell’età primaria fortemente improntati dal tipo di “Attaccamento” e dal superamento della “Fase Edipica”.  

Ci limiteremo quindi ad esprimerci con un’atmosfera da salotto passeggiando sulle tematiche apparentemente senza troppo impegno. Proprio come il cervello umano il mondo dell’uomo  è formato da due universi distinti e complementari, l’uomo e la donna, che nella loro interazione congiunta si completano, si esprimono e si manifestano dando luogo al miracolo della perpetuazione, della creatività, dell’evoluzione propria e dell’intero sistema.
Qualcuno sostiene che ogni bambino ha diritto ad avere dei genitori, ma cos’è abbiamo scoperto l’acqua calda? Se un bimbo nasce è perché un uomo e una donna lo hanno generato! Quindi i genitori ce li ha già per legge di vita; è ovvio che il nocciolo del discorso si spalma se parliamo di bambini rimasti senza i propri genitori per tanti svariati motivi che evitiamo di citare in questa sede.
Fermo restando che i genitori naturali sono coloro che  hanno generato il piccolo si può considerare l’opportunità di due figure simili agli originali che si offrono come supplenti genitoriali poiché in possesso, oltre che della buona volontà, delle caratteristiche proprie ad un maschio ed una femmina adulti desiderosi di occuparsi e di allevare un piccolo come se lo avessero generato essi stessi.
Se i supplenti genitoriali in piena coscienza si pongono come modelli amorevoli distinti e complementari, all’interno di una cornice armoniosa, trasparente, responsabile e significativa, il piccolo forgiandosi sui loro esempi, i loro insegnamenti e le loro intime caratteristiche, avrà l’opportunità di edificare il suo “IO sono” e poi il suo “IO sono maschio o IO sono femmina” con ragionevole probabilità di realizzare intima serenità e sano equilibrio.
Se però detti supplenti genitoriali si allontanano dai modelli originali, quello che accade è inevitabilmente qualcosa di caotico, deviante e disfunzionale capace di evocare nella mente il famoso” brodo primordiale”.
Basta pensare a tutti quei bambini allevati da animali che hanno imparato, osservando ed emulando, a vivere come essi, hanno imparato il loro linguaggio, hanno imparato a catturare le prede per nutrirsi e a dormire nelle tane o nei nidi, ma questo li ha resi disadattati poiché non potranno mai metter su famiglia con un orso o una scimmia o un lupo come contemporaneamente non potranno farlo con una persona poiché gli risulta un essere sconosciuto e disagevole.
La nostra è l’epoca del possedere  egoistico tutto ciò che appaga il nostro ego, lo vogliamo bramosamente   senza pensare a cosa potrebbe significare per l’altro e per gli altri, ne  tantomeno interrogarsi su cosa autorizza la mia presunzione a spacciarsi per sapienza.
Dott.ssa Elisabetta Vellone

Il doping uccide lo sport e anche gli sportivi

Non intendiamo in questa sede polemizzare circa gli ultimi o i precedenti  casi di doping riguardanti atleti famosi, poiché nostro intento è parlare dello sport  quale preziosa opportunità per la persona di migliorare la sua salute fisica e mentale e quindi  la qualità della vita. Le radici dello sport affondano in un istinto naturale nella persona lo stesso che da luogo nel bambino a quel continuo frenetico movimento che appare come fenomeno fisico ma che in realtà è anche mentale.

Essendo il "movimento" un comportamento istintivo al pari del mangiare e del dormire è ovvio dedurre che lo stesso assuma una funzione salutare e conservativa dello stato di benessere della persona. Lo Sport, con le sue molteplici discipline, le sue regole finalizzate e la sua funzione socializzante, si fa veicolo di quell’istinto naturale (il movimento) accompagnando l’individuo nel superamento di se stesso mentre ne promuove la crescita contribuendo all’emancipazione sociale.  La sportivizzazione dello stile di vita che viviamo nel nostro tempo è traducibile in una generale ricerca della forma fisica, dello stato di salute e di varie altre potenzialità, (non ultime l’opportunità di confronto e socializzazione; di realizzare legami di amicizia; di rafforzare senso di appartenenza; di promuovere una migliore autostima e un miglior rapporto con il proprio corpo) e naturalmente il rallentamento del processo di invecchiamento. Nonostante quanto premesso sia già un notevole contributo positivo sia per il singolo che per l’intera società, data la natura egoistica e prevaricatrice degli individui, sempre più spesso si può osservare come, quando a quel naturale superamento di se stessi il corpo si oppone impedendo le  farneticazioni creative del soggetto, esso possa trasformarsi in una ossessione e delirio di Superman. E’ noto come sia nello sport di alto livello che in quello di massa, dilettantistico ed amatoriale, il sano rapporto con il fiero superamento di se stessi si sia smagliato poiché gli atleti, sia quelli del campetto di zona o della palestra sotto casa, sia quelli di società prestigiose e circoli d’elite, sempre più frequentemente svendono l’amor proprio, la propria dignità,  il rispetto di se e del proprio corpo, nonché la sacralità dello Sport a quella malefica sostanza chimica qual’è il doping allo scopo di aumentare artificialmente le proprie prestazioni e il rendimento fisico. Come ampiamente documentato ciò accade a ventaglio nelle diverse discipline come ad es.: nel ciclismo, nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro, nel tiro con l’arco, nel nuoto, nella scherma, negli sport invernali eccetera. E’ difficile immaginare quale tipo di sentimento intimo possa accompagnare nel dopato l’esperienza del falso trionfo anche perché i dopandi sono gli ultimi a sapere (o a voler sapere) che l’uso di tali sostanze comporta degli effetti collaterali che generalmente non si augurano nemmeno al peggior nemico. Con il tempo a livello psicologico si manifesta una riduzione della capacità critica ed autocritica, riduzione della capacità di giudizio, riduzione della coordinazione di movimenti, irregolarità del sonno, irregolarità cardiaca, turbe comportamentali quali: irrequietezza; agitazione; tensione e ipertensione, nonché allucinazioni, euforia tremori e psicosi. Per questi e per tanti altri motivi siamo sempre più convinti che l’uomo non merita il dono della vita, poiché di fronte ad essa, alla sua grandezza ed il suo mistero l’uomo dimostra di essere  ancora un ottuso  analfabeta.
Dott.ssa Elisabetta Vellone


                                                            I figli dei maestri
Desideriamo in questa circostanza richiamare l’attenzione sul fenomeno, sempre più frequente, in cui il maestro di tennis è anche il genitore dell’atleta. Per dare un minimo di lustro e funzione di supporto utile a tale argomento è opportuno osservarlo dalle varie angolazioni dalle quali può essere considerato. Abbiamo l’angolo di osservazione dei genitori degli altri allievi; quello del genitore che ricopre il ruolo di maestro del proprio figlio o figlia; quello del maestro che è anche il genitore del proprio allievo o allieva; il ruolo dell’allievo in relazione al proprio maestro che è anche il suo

genitore; quello dello stesso in relazione al proprio genitore che è anche il maestro di tennis e quello di un membro del gruppo in relazione ai propri compagni che non hanno il padre/maestro.
Verrebbe da pensare di primo acchitto, ad un caso di un conflitto di interessi, ma non è su questo, che intendiamo posare l' attenzione essendo la nostra una competenza squisitamente psicologica. Ci preme evidenziare le dinamiche psicoemotive chiamate in causa e le eventuali conseguenze disfunzionali che il fenomeno potrebbe attivare. Pensando alle competenze specifiche dei possibili duplici ruoli ricoperti da uno stesso soggetto, una legge della “relazione umana” prevede che il doppio ruolo attivo all’interno della stessa relazione tenda a spalmare le rispettive competenze fino a produrre una relazione atipica e impura difficilmente definibile in quanto le competenze si sovrappongono oscurando diversi aspetti delle componenti originali, le quali dando luogo ad inevitabili frustrazioni, possono attivare tossicità emotiva nelle parti , senso di oppressione e mortificazione del naturale appagamento auspicato proprio di ogni ruolo puro. Un classico del fenomeno descritto è rappresentato dai coniugi che lavorano insieme; costretti continuamente a sintonizzarsi ora sul ruolo di coniuge, ora sul quello di colleghi o datore e dipendente, finiscono per non essere più ne colleghi ne coniugi. Tornado al doppio ruolo di padre/maestro, quando questi richiama l’allievo o impone una regola oppure lo esclude dalla squadra del torneo in quale ruolo lo fà? Se lo fà da maestro, avrà il risentimento dell’allievo/ figlio che si aspettava un qualche privilegio da parte del padre, se lo fà da padre avrà il risentimento del figlio perché non si sente trattato obiettivamente come gli altri. Dall’ottica dei genitori degli altri allievi il figlio del maestro è visto come una spina nel fianco e spesso destinato a funzione di capro espiatorio di ogni scontento: se và forte è perché il padre si impegna solo con lui; se non và vuol dire che il maestro è scadente e se non è capace col figlio figuriamoci con gli altri; se lo allena da solo è perché pensa solo ai propri interessi; se non lo allena da solo vuol dire che è un egoista e  padre/padrone e cosi via. Proprio come a scuola, per il bene di tutti, l’alunno non dovrebbe mai stare in classe con la mamma o il papà insegnanti, così nel tennis sarebbe opportuno che il genitore faccia il genitore ed il maestro faccia il maestro.
Dr.ssa Elisabetta Vellone


Molte domande che pulsano nella mente raramente vengono poste
Tutti i giorni, sempre più sconsolati, ci troviamo costretti a domandarci perché accade tutto ciò che accade; tutti i giorni avremmo bisogno come il pane di avere risposte, spiegazioni, rassicurazioni e indicazioni, ma il problema è che mancano referenti autorevoli capaci ed intenzionati a Vedere, ad Ascoltare, a Comprendere e soprattutto ad Agire. La massa è ormai ridotta ad un cumulo di esseri soli e asociali, talmente soli al punto di aver perso contatto anche con se stessi e vagano famelici e inferociti nel deserto anaffettivo coprodotto.

Parliamo di una malattia? No! Si tratta solo di una mancanza. Per essere diretti potremmo citare, portandoli ad esempio, centinaia di fatti concreti, ma potremmo anche citarne appena uno prendendolo a caso nel mazzo per cercare di solleticare le zone in coma della nostra coscienza. Ci viene in mente a proposito quel caso del 7 u.s. dove un’ adolescente sedicenne in accordo col suo fidanzato pianifica l’uccisione dei propri genitori, poiché non contenti della loro relazione. Parliamo di una ragazzina di 16 anni della nostra cultura, non di uno dei membri del terrorismo, che arriva a desiderare e poi a mettere in atto, per mano del fidanzato, l’omicidio di sua madre e di suo padre!C’è davvero di che vergognarsi per tutti, per l’intero paese, ma come li stiamo crescendo questi giovani? E quella ragazzina come tanti altri, compreso il fidanzato esecutore materiale del gesto, come sono stati cresciuti, educati ed accuditi; come può tanto odio spietato covare in una famiglia o meglio in tante famiglie? E quei certi genitori che tipo di genitori sono o sono stati! Quale impegno, quale amore, quali valori, quali ruoli e soprattutto quali intenti e che tipo di relazioni affettive hanno promosso per essere così odiati dalla loro bambina? In natura, e l’uomo è parte di essa, vige una legge semplice che comprendono bene anche gli analfabeti, detta legge sentenzia: quello che semini … raccogli. La vita dell’essere umano, le sue azioni, i suoi progetti, i sogni le sue fatiche compreso lo stesso uomo, assumono un senso appagante e fungono da propulsori solo se contengono in se una connotazione emotiva significativa, coerente e propositiva (domandiamolo al depresso che è un esperto di detto fallimento); la vita è imperniata e sostanziata dalla capacità di amare e di ricevere amore. La creatura umana impara ad amare quando riceve in dono l’amore gratuito che sgorga dai cuori delle mamme ed i papà; da troppo tempo l’Ego ingigantito dei più di essi ha oscurato questa risorsa essenziale, al punto che sarebbe opportuno prendere esempio dagli animali, che con la loro capacità di amare i propri piccoli, si dimostrano sempre più coerenti ed affidabili della massa dei cosiddetti essere superiori.


Dr.ssa Elisabetta Vellone




Il dramma dei sintomi di senilità infantile

Ci piace pensare che i lettori ai quali ci rivolgiamo siano una folla di persone umili capaci di riflessione, di spirito critico ed autocritico, capaci di coscienza. Cari colleghi di vita vi sarete certo resi conto, e se no cercate di farlo quanto prima, che la barca sulla quale viaggiamo sta andando a fondo.
Si apprende in questi giorni che un’alta percentuale di bambini, di quei pochi che riusciamo a generare, accusano patologie e quadri clinici tipici della terza età ovvero bambini che presentano disturbi tipici della persona anziana; si annoverano fra questi la demenza mentale, l’obesità, l’ansia, l’anoressia e la bulimia, il diabete, l’ipertensione, l’insonnia, il colesterolo alto, i disturbi dell’umore, la solitudine ed altre. Per vari motivi, ma soprattutto per quanto appena detto, come società adulta dovremmo vergognarci profondamente e, usando un linguaggio familiare ai più piccoli, essere TUTTI sospesi ad oltranza per grave incapacità.


Nonostante il penoso periodo storico di cui siamo tutti corresponsabili, ma del quale ci risparmiamo qui di elencarne le pene, si coglie spesso negli occhi della fascia "adulti" una certa convinzione furbetta tipica di chi ritiene di aver trovato la formula segreta della felicità si tratta di quell’esercito di persone dai trenta ai cinquant’anni che riservano un accanimento particolare alla cura dell’immagine investendo tempo ed energie per curare la pelle, per curare l’aspetto corporeo emulando uno stille di vita come fossero eterni adolescenti. Detto fenomeno in progressiva espansione, e che chiama all’appello soprattutto l’adulto con prole, evidenzia una inevitabile deficiente capacità di svolgere responsabilmente il ruolo genitoriale. Troppi bambini trascurati e abbandonati a se stessi (soprattutto in senso psicologico), senza regole funzionali, senza una supervisione amorevole, protettiva e costante, senza rituali sani e riferimenti familiari solidi e rassicuranti, nonché senza spazi di condivisione e senso di appartenenza alla vita dei propri genitori.Molti bambini soffrono, soffrono tanto prima di deragliare sotto il peso un assetto cognitivo povero di affettività distorto e deviante che li condurrà prima o poi al disturbo psichico o fisico che sono poi due facce della stessa medaglia. Ma, a quanto sembra sia i genitori che le alte cariche che della società, non vedono, non capiscono o preferiscono non capire, preferiscono pensare che è a causa dei tempi che cambiano, ma i tempi non cambiano, cambiano solo le persone; molti attuali genitori hanno troppo da fare con se stessi, con i loro spazi personali, la loro bramata "libertà", l’autonomia eccetera per fare seriamente la Mamma o il Papà.
La famiglia deve essere un’unità solida, calda e stabile se intende esercitare il diritto di mettere al mondo delle anime innocenti  tenendo ben presente che il ruolo di genitore non può essere delegato A NESSUNO.
Dott.ssa Elisabetta Vellone

La "lingua" degli italiani non è sportiva

La bomba di fierezza e di  orgoglio che ci hanno regalato gli atleti italiani in questo periodo, a partire dall’impresa di  Flavia Pennetta con la sua strabiliante  vittoria all' US Open 2015, è la prova della particolare fibra talentuosa degli italiani sani, quando vengono "lasciati sciolti", liberi di esprimersi, impegnarsi,  manifestarsi ed ottenere risultati. Ciò nonostante non possiamo ignorare i drammi gravanti sul nostro paese, quali la caduta libera verso il degrado sociale, il degrado morale e l’aridità o la totale assenza di sentimenti umani, che inducono progressivamente l’individuo a comportamenti da lupo solitario affamato, bramoso e violento.


E’ noto come una società, quale comunità di persone che interagiscono in un sistema organizzato, finalizzato a perseguire il bene comune, non possa prescindere da una componente affettiva ed emotiva, capace di motivare e dare senso ad ogni azione sia del singolo che della collettività.E’ indiscutibile che  sia la crescita individuale che quella sociale si basino sulla capacità umana di agire ed interagire ispirati da sentimenti di collaborazione, di alleanza, ma anche senso di appartenenza reciproca, di solidarietà e di auspicabile capacità di amicizia. Ed è proprio sul concetto di amicizia che ci preme posare l’attenzione. Tornando all’impresa delle nostre finaliste al 2015 US Open (tennis); si è letto a grandi titoli, quasi a sovrastare quelli della conquista del trofeo, che l’amicizia fra la Vinci e la Pennetta era una "faccenda poco convincente" e che non è possibile stare a tavola con una persona con la quale competere, per la conquista del titolo il giorno dopo. Questo è il versante sconvolgente di tutta la faccenda"l’amicizia non è possibile, non può esistere" riducendola quasi ad una icona astratta da usare solo su Facebook. L’uomo a furia di dissacrare tutto va perdendo la sua umanità. Tanto per sottolineare la facilità con cui molti si eleggono facilmente "giudici del prossimo" possiamo riflettere anche, evento con stessa data, sui pettegolezzi lievitati intorno alla presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi alla finale delle nostre campionesse di tennis a New York, nonché della imperdonabile mancanza di esporre la Bandiera italiana al contrario. Renzi si può criticare per mille motivi, ma non certo perché è andato ad onorare un impegno sportivo di tale importanza ad opera di due connazionali. Anche nel 1982 l’allora presidente Sandro Pertini andò ad onorare i nostri campioni  di calcio e tutti ne compresero il senso. Sempre i "giudici del fare altrui" hanno anche sbandierato ai quattro venti che il Presidente non ha badato alla posizione dei colori della bandiera, ma non si rendono conto della cantonata che hanno preso, poiché la bandiera era nella posizione corretta dall’ottica di Renzi è solo l’effetto fotografico che la ha rovesciata.

Dott.ssa Elisabetta Vellone



Le guerre dei nani sulle tribune
Per il rispetto che portiamo a tutte le persone caratterizzate da nanismo fisico ci sembra doveroso precisare che l’uso del termine contenuto nel titolo intende descrivere una presunta malattia mentale che chiameremo: nanismo psichico; indicando con esso una condizione mentale caratterizzata dalla incapacità di crescere, di evolversi e maturare fino a realizzare lo stato di “essere adulto” capace, maturo e responsabile. E’ indubbio che uno dei ruoli più nobili, dei quali può essere investita la persona, è quello di educatore; formare un figlio, un allievo, un giovane è un ruolo che rende costui maestro e coproduttore della storia dell’umanità.

Nelle pagine attuali di detta storia, e già da diversi capitoli, nonostante la vantata civilizzazione ed il presunto stato di popolo evoluto si osserva sempre più frequentemente il dilagare di una epidemia a carico della dimensione evolutiva umana quale quella del nanismo psichico. Per le caratteristiche sopra esplicitate il fenomeno comporta la riduzione progressiva della distanza, in termini di sviluppo ed età mentale, fra adulti e bambini tale che i giovani sono pericolosamente sollecitati a comportarsi da adulti mentre questi ultimi, incoscientemente, manifestano tratti caratteriali, emotivi e comportamentali tipici del bambino e dell’adolescente. Prova ne sono sia la crescente impotenza e confusione manifestata dall’adulto in tema di educazione dei figli, sia la pressante tendenza, da parte di bambini e ragazzi, ad emulare comportamenti adulti quali ad esempio: il linguaggio trasgressivo e volgare, l’attenzione morbosa all’immagine estetica, la sensibilità ai soldi facili e al successo, il sesso precoce, il fumo e lo sballo, l’assunzione di alcool, la richiesta crescente di libertà, la distanza emotiva dal nucleo familiare ed altre simili. Uno specchio sul quale si riflette il succo di tale scenario sono ad esempio le tribune del tennis. Non di rado sui campi da tennis si osservano bambini istrionici non ancora decenni   programmati per vincere   essi giocano, giocano, giocano e vincono mantenendo la promessa di portare a casa il baluardo “del campione” per la gioia di mamma e papà; poi arriva l’età preadolescenziale e il gioco si fa più duro, gli istrioni sono tanti e “la testa”, fra le problematiche dello sviluppo, le pressioni del branco e le attese immodificate del genitore, vacilla e l’istrione non vince più. Anche la famiglia istrionica inizia a vacillare: i sorrisi diminuiscono e inizia l’ansia isterica con i sermoni, le sollecitazioni, i richiami al/alla piccolo atleta; si accusa il maestro o l’intero circolo sportivo in sostanza un responsabile da lapidare occorre trovarlo. Parallelamente anche il giovane istrione con le piume cadenti cerca un responsabile e lo cerca spaziando   fra se stesso/a e il maestro oppure in qualche presenza negativa che gli/le porta “sfiga” e a volte quel qualcuno è proprio mamma o papà: da quando sei entrato/a non ho fatto più un punto. Come sempre tutti i nodi arrivano al pettine! La disfunzione si manifesta e tutti stanno male. Se l’educatore diventa imprenditore, negando al giovane  il tessuto di linfa vitale necessario a promuovere la solidità dell’Io e la certezza del proprio valore personale, della propria amabilità avallando la libera espressione delle proprie potenzialità, allora le “guerre dei nani “saranno una costante ed i caduti sempre più numerosi.
Dott.ssa Elisabetta Vellone





La paralisi del lavoro non è il male peggiore

La caduta libera di questo paese verso la" perdita" , la disoccupazione, gli stenti, la povertà, la disperazione, il senso di solitudine e abbandono, la rabbia verso tutti gli usurpatori delle ricchezze comuni, come un fiume in secca, mette in evidenza la melma dei fondali e tutto ciò che in essi alberga. Basta pensare che ci sono persone che sperano di essere arrestate per smettere di preoccuparsi per come mangiare e dove dormire ecc.. La disinibizione degli istinti più bassi, è ormai dimostrato, alimenta la tendenza  a delinquere nei confronti delle persone e nei confronti dei beni materiali, aumenta la violenza e lo sfruttamento, nonché l’abuso, il peculato, le frodi, le stragi, i traffici illeciti  i suicidi rendendo gli individui degli esseri di qualità molto scadente e spesso vergognosa.

Le autorità governative sembrerebbero ignorare da anni l’essenza propria all’arte del governare racchiusa nel sacro principio del "bene comune", ma anche l’importanza dell’esempio dato dal proprio agire in quanto figure leaders. In attesa di una auspicata volontà di rinascita e di recupero è opportuno evidenziare considerando, a caratteri cubitali, l’urgenza di una rieducazione civica e morale di massa. Ci riferiamo alla penosa tendenza alla rozzezza e alla volgarità che ormai prevale nel modo di fare generale in ogni ambito sociale, dovuta alla mancanza di stile, alla perdita della cortesia, della capacità di gentilezza, della cordialità, della capacità di rispetto, della lealtà e del senso di responsabilità. Rieducare un intero paese nella mentalità, negli intenti,  nel modo di pensare, nel modo di esprimersi e di comportarsi non è un’impresa semplice, ma neanche impossibile. Tanto per fare un esempio istintivo, dettato solo da un naturale  buon senso, si potrebbe pensare di distribuire a tappeto, a carattere obbligatorio, una circolare contenente le regole della convivenza civile e di buona educazione da osservare rigorosamente nel linguaggio verbale, nei comportamenti e nei modi di agire, nelle relazionali interpersonali  insomma in ogni ambito dell’agire pubblico. E’ naturale ritenere che fra i primi destinatari, di detta circolare, debba esserci la scuola con estensione a tutti gli ambienti che partecipano alla formazione dei giovani; subito dopo è opportuno pensare alla classe dirigente del paese dai politici ai leaders di qualunque livello indistintamente e, a seguire, agli uffici pubblici e privati e tutte le aziende erogatrici di beni e servizi, insomma a tutti. Altro opportuno provvedimento potrebbe essere quello relativo al divieto, non solo dell’uso, ma  della disponibilità del telefonino nel posto di lavoro e nella scuola unitamente al divieto dell’uso prolungato di strumenti elettronici, in quanto ipnotizzanti e con effetti degenerativi per il sistema nervoso della preziosa mente umana allo scopo di ri-promuovere la socializzazione, il linguaggio parlato, i contatti e i rapporti fra le persone. Riaffermare  il sacro criterio del merito ed il valore del buon esempio in ogni cellula dell’apparato sociale sollecitando le menti a perseguire il valore dell’"essere" al falso  valore dell’"apparire". Da non trascurare l’opportunità  del divieto assoluto di sostanze stupefacenti di qualsiasi tipo le quali in partenza illudono i consumatori di poter diventare dei super man per poi derubargli l’anima, i sentimenti e la dignità fino a ridurli delle larve umane. Il paese è in crisi; le istituzioni sono in crisi; le persone stanno cedendo e il prezzo che si paga è altissimo. Proprio come nei casi di infestazioni maligne e incontrollabili l’azione di bonifica dovrebbe essere massiccia, immediata e capillare.

Dr.ssa Elisabetta Vellone


 
 
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